Assenze per malattia

La norma inerente alla disciplina del licenziamento in caso di assenze per malattia, è contenuta nell’ordinamento legislativo italiano nell’art. 2110 del codice civile.

Questa norma stabilisce il tetto massimo di assenze entro cui il datore di lavoro non può licenziare il dipendente e lo sancisce in base a specifiche disposizioni che sono contenute nei contratti collettivi.
Una volta superato il numero massimo di assenze, l’azienda può avvalersi del licenziamento senza dover fornire ragioni o prove, in quanto l’unica prova richiesta è data dall’elenco dei giorni d’assenza contenuto nella lettera di scioglimento del contratto.

Tuttavia la sentenza della Corte di Cassazione del 2014 del Tribunale di Milano ha aperto un dibattito sulle assenze per malattia e licenziamento per scarso rendimento.

Il caso, nello specifico si riferisce a una sentenza in cui i giorni di assenza furono poi collegati a giorni di “riposo” richiesti all’ultimo momento, poiché avrebbero comportato uno scarso rendimento da parte del lavoratore sulla produzione aziendale.

Ciò che bisognerebbe realmente constatare è se vi è realmente uno stato di malattia certificato e dunque un diritto alla salute che va rispettato a priori, oppure se questo non sussiste. Qualora non vi fosse un attestato che certifichi la malattia, il datore di lavoro sarebbe legittimato a richiederlo mediante visite mediche o di controllo specialistiche ecc.

Il Tribunale di Milano nella seconda sentenza ha accolto il ricorso da parte del lavoratore licenziato, ritenendo la decisione aziendale legittima in parte, poiché l’assenza del lavoratore avrebbe danneggiato l’andamento produttivo dell’impresa, disponendo a favore del dipendente un’indennità e non il reintegro.

Questa decisione da parte della Corte genera non poche criticità, come ad esempio nel caso citato, qualsiasi assenza comporta una riorganizzazione aziendale anche in un periodo di tempo relativamente breve, e quindi la ridistribuzione del carico di lavoro sugli altri lavoratori.

È questa prerogativa che apre un grande dibattito sul numero delle assenze che incidono realmente sull’impresa e comportano un reale disagio organizzativo aziendale tanto da comprometterne la produttività.

In un recente intervento del 2015 la Corte di Cassazione ha dichiarato che lo scarso rendimento da parte del lavoratore è imputabile allo stesso, non è altrettanto possibile attribuirlo all’assenza per malattia.

Quest’ultima sentenza riporta in luce il tema sulla tutela dei lavoratori che con l’ultimo Jobs Act ha messo in crisi la giurisprudenza con l’errata interpretazione da parte di Confindustria che collegherebbe eventuali situazioni simili a quelle citate imputabili tutte al licenziamento legittimo poiché riconducibile direttamente al rendimento aziendale.

Nell’ultimo anno molti sono stati i lavoratori che si sono rivolti a studi legali e associazioni collettive manifestando il proprio disappunto su valutazioni professionali effettuate in base a criteri assenze/presenze, includendo anche le assenze per maternità, paternità, permessi e malattia.

Per ulteriori informazioni, a seguito due link utili:

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